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NEO, il primo chip cerebrale approvato al mondo: cosa cambia per la salute mentale

Alessandro Lombardo·

A giugno 2026 la Cina ha annunciato l'approvazione regolatoria di NEO, un impianto cerebrale invasivo sviluppato da Neuracle Technology in collaborazione con l'Università di Tsinghua. È il primo dispositivo di questo tipo a ottenere il via libera per uso clinico al di fuori della sperimentazione. Il target sono pazienti tra 18 e 60 anni con paralisi agli arti causata da lesioni spinali. Ma la portata della notizia va ben oltre l'ortopedia.

Come funziona NEO

NEO è un'interfaccia cervello-computer (BCI, brain-computer interface): un dispositivo che legge i segnali elettrici prodotti dal cervello e li traduce in comandi per macchine esterne. Funziona tramite otto sensori posizionati sulla dura madre, la membrana protettiva che avvolge il cervello, senza penetrare la corteccia cerebrale. Questo lo distingue da Neuralink — il dispositivo sviluppato da Elon Musk che inserisce elettrodi direttamente nel tessuto neurale — e lo rende, secondo i ricercatori, meno rischioso in termini di emorragie e cicatrizzazione. Un compromesso tra efficacia e sicurezza che ha consentito un percorso regolatorio accelerato, molto più rapido dei tempi tipici della FDA statunitense.

Il contesto: la Cina punta sulle BCI come settore strategico

NEO non è un episodio isolato. La Cina ha già inserito le BCI nell'ultimo piano quinquennale governativo, insieme a quantum computing e robotica umanoide, come settori tecnologici strategici. Il dispositivo è stato avviato verso l'integrazione nel sistema di assicurazione sanitaria nazionale. E nella pipeline ci sono già altri dispositivi in attesa di approvazione, tra cui Beinao-1, pensato per pazienti con difficoltà motorie e del linguaggio da lesioni spinali o SLA, per cui si stima un'approvazione entro il 2028. Siamo di fronte a un cambio di velocità, non a un'eccezione.

Le implicazioni psicologiche che nessuno vuole affrontare

Quando un essere umano comincia a comunicare con una macchina attraverso i propri segnali neurali, non si tratta solo di ingegneria. Si apre una serie di domande psicologiche che la comunità clinica deve iniziare ad affrontare con urgenza, e non in modo speculativo.

La prima riguarda l'identità. Cosa succede al senso di sé quando il confine tra corpo e macchina diventa permeabile? I pazienti con protesi avanzate già oggi riferiscono fenomeni di incorporazione — il senso che la protesi "diventi" una parte di sé. Con un'interfaccia neurale diretta, questo processo si radicalizza. La psicologia corporea e somatica ha strumenti per lavorare su questo, ma servono protocolli pensati per questi casi.

La seconda riguarda il consenso e l'autonomia. Le BCI aprono scenari in cui le intenzioni vengono lette prima di essere espresse verbalmente. In che misura un paziente con un impianto mantiene pieno controllo sulla propria esperienza interna? Chi ha accesso ai dati neurali, e con quali garanzie? Sono domande che intersecano neuroetica, bioetica e psicologia clinica.

La terza riguarda il disagio psicologico post-impianto. I pazienti con paralisi che recuperano parziale funzionalità attraverso un BCI non entrano in un percorso di riabilitazione ordinario. Vivono un'esperienza di transizione radicale: del corpo, dell'immagine di sé, delle aspettative relazionali. Come si accompagna clinicamente questo processo?

Tra potenziamento e cura: la linea che si sposta

NEO nasce come dispositivo terapeutico, per chi ha perso funzioni motorie. Ma la tecnologia BCI ha già una traiettoria che punta oltre la cura: verso il potenziamento cognitivo, l'aumento della memoria, l'accelerazione dell'elaborazione. Questa traiettoria non è fantascientifica — è nella roadmap dichiarata di molte aziende del settore. E ogni volta che una tecnologia come questa ottiene un'approvazione clinica, la linea tra terapia e enhancement si sposta un po' più in là.

Per la salute mentale questo non è un problema del futuro. È un problema di adesso: di come formiamo i clinici, di come costruiamo i modelli di cura, di come decidiamo insieme — come professione e come società — dove si trovano i confini dell'intervento sul cervello umano.

Il punto di vista di Unozen

Chi lavora con le tecnologie digitali applicate alla salute mentale non può ignorare questo scenario. Le BCI rappresentano un'accelerazione nella direzione in cui già stiamo andando: verso sistemi che leggono, interpretano e rispondono ai segnali del sistema nervoso umano. I confini tra psicoterapia, neuroriabilitazione e tecnologia si faranno sempre più sottili. La domanda non è se occuparcene, ma come farlo con competenza e consapevolezza critica.