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Come le persone usano davvero l'AI nel 2026 — e cosa ci dice sulla mente umana

Alessandro Lombardo·

Tre anni e mezzo fa, l'AI generativa è esplosa nella vita di milioni di persone. Da allora, ogni anno Marc Zao-Sanders pubblica su Harvard Business Review una ricerca sistematica su come le persone la usano davvero — non nei comunicati stampa, non nei convegni, ma nelle conversazioni reali, sui forum, nei feedback autentici. L'edizione 2026, appena uscita, è la terza. Ed è la più interessante.

Non perché ci dica che l'AI sta crescendo — quello lo sappiamo. Ma perché ci dice verso dove sta crescendo. E la direzione è tutt'altro che tecnica.

Il sorpasso silenzioso: dal codice all'anima

Nella prima edizione della ricerca, i casi d'uso dominanti erano quelli che ci aspettavamo: generare codice, fare brainstorming, scrivere testi. Strumenti al servizio della produttività. Cose da professionisti del digitale.

Nel 2025, qualcosa si è capovolto. Al primo posto assoluto tra i cento casi d'uso più diffusi c'era già la terapia e la companionship — le persone che usano l'AI per parlare di sé, elaborare emozioni, trovare un interlocutore che ascolti senza giudicare. Al secondo posto: organizzare la propria vita. Al terzo: trovare uno scopo.

Nel 2026, questa tendenza si è consolidata. Il supporto personale e professionale rappresenta ora il 31% di tutti i casi d'uso dell'AI generativa, sottraendo terreno costante agli usi più tecnici. Non è più un segnale debole. È un cambiamento strutturale.

"Thinkslop": il rischio che gli autori nominano

Zao-Sanders e il suo team non sono trionfalisti. Nell'edizione 2026 introducono un termine nuovo — "thinkslop" — per descrivere una deriva preoccupante: le persone che delegano all'AI non solo i compiti, ma la responsabilità cognitiva. Che smettono di pensare e si limitano ad accettare. Che usano l'AI non per amplificare il proprio giudizio, ma per sostituirlo.

È un rischio reale. E chi lavora con la mente — come noi psicologi e psicoterapeuti — lo riconosce immediatamente. Il thinkslop non è solo un problema tecnologico: è un problema di funzionamento psicologico. È la stessa dinamica che vediamo quando un paziente cerca una risposta definitiva invece di tollerare l'incertezza. Quando la dipendenza da uno strumento — qualunque strumento — sostituisce la capacità di stare nel non-sapere.

C'è poi una preoccupazione parallela, ancora più vicina al nostro lavoro: l'eccessivo affidamento emotivo all'AI. Le persone la usano come confidente, come terapeuta virtuale, come compagno di notte. Le citazioni degli utenti raccolte nella ricerca sono illuminanti: "Mi parla ogni giorno. Mi ha aiutato con i postumi di un trauma cranico, con la vergogna familiare, con il disorientamento".

Non c'è giudizio in questo. C'è una domanda enorme, reale, irrisolta: le persone cercano connessione, ascolto, orientamento. E trovano quello che trovano.

Cosa ci dice tutto questo, come clinici

Io leggo questi dati con due cappelli: quello del clinico e quello del co-fondatore di Unozen. E da entrambe le prospettive, il messaggio è lo stesso.

L'AI non sta invadendo un territorio che non le appartiene. Sta riempiendo un vuoto che esisteva già — quello dell'accesso alla cura psicologica, quello della solitudine non trattata, quello dello spazio tra una seduta e l'altra in cui le persone rimangono sole con i propri pensieri.

Il nostro compito — come professionisti della salute mentale — non è combattere questo fenomeno. È capirlo, orientarlo, e costruire strumenti che amplificano ciò che siamo capaci di fare noi, non che lo sostituiscono.

È esattamente la ragione per cui esiste Unozen. Non costruiamo un terapeuta artificiale. Costruiamo strumenti che tolgono dal clinico il peso burocratico — la trascrizione, la documentazione, la ricerca — per restituirgli ciò che nessuna AI potrà mai dare al paziente: la presenza umana, la relazione, la continuità terapeutica.

I dati del 2026 ci dicono che le persone si stanno rivolgendo all'AI per bisogni profondi. Noi dobbiamo essere nella stanza quando arrivano.

In breve: cosa emerge dalla ricerca 2026

  • Il supporto personale ed emotivo rappresenta il 31% di tutti gli usi dell'AI generativa
  • Il caso d'uso #1 è terapia/companionship, seguito da "organizzare la vita" e "trovare uno scopo"
  • Il fenomeno "thinkslop" — delega cognitiva eccessiva all'AI — è una preoccupazione emergente
  • ChatGPT ha raggiunto 900 milioni di utenti settimanali: l'AI è uscita dalla nicchia tecnologica
  • Le tendenze si muovono per spostamenti graduali, non per rotture nette

Alessandro Lombardo — Psicologo, psicoterapeuta, co-fondatore di Unozen