Intelligenza Artificiale
Anna vs Judith: il primo trial randomizzato mette a confronto due psicoterapie AI
Due chatbot con nomi umani, Anna e Judith, hanno seguito per un mese 102 adulti svedesi con disturbo d'ansia sociale. Nessun terapeuta umano coinvolto nella stanza. Solo un'app costruita sopra Claude 3.7 Sonnet, programmata per seguire fedelmente un protocollo cognitivo-comportamentale oppure uno psicodinamico. Lo studio, pubblicato su Internet Interventions dal gruppo di Jón Ingi Hlynsson (Stoccolma, Uppsala, Linköping, Karolinska), è il primo trial randomizzato che confronta due impianti teorici distinti erogati integralmente da un'intelligenza artificiale.
I risultati meritano una lettura attenta, soprattutto per chi lavora alla costruzione di strumenti clinici digitali.
Il disegno dello studio
102 adulti svedesi, età media 41 anni, con diagnosi di disturbo d'ansia sociale. Randomizzazione 1:1:1 su tre bracci: terapia AI psicodinamica (AI-PDT), terapia AI cognitivo-comportamentale (AI-CBT), lista d'attesa. Intervento quotidiano per quattro settimane tramite smartphone, con i partecipanti tenuti all'oscuro di quale approccio stessero ricevendo. Outcome primario: il Social Phobia Inventory, analizzato con modelli lineari misti.
Cosa hanno trovato
A fine trattamento entrambi i gruppi attivi hanno mostrato riduzioni moderate e significative dei sintomi rispetto al baseline: effect size di 0,79 per AI-PDT e 0,72 per AI-CBT, senza differenze significative tra i due approcci. Il problema riguarda il confronto con il controllo: anche la lista d'attesa è migliorata sensibilmente (effect size 0,54), abbastanza da rendere non significativa la differenza tra trattamenti attivi e nessun trattamento a fine mese. L'alleanza terapeutica, misurata nei quattro gruppi, si è stabilita presto ed è rimasta stabile per tutta la durata dell'intervento, in entrambe le condizioni attive.
Il dato che si allarga nel tempo
A un mese dalla fine del trattamento, con i partecipanti che avevano smesso di usare l'app, la distanza tra i gruppi si è allargata a favore della terapia psicodinamica: AI-PDT ha raggiunto una superiorità statisticamente significativa sulla lista d'attesa (effect size 0,65), mentre AI-CBT è rimasta sotto la soglia di significatività (effect size 0,51). Gli autori restano cauti sul significato di questo scarto: potrebbe riflettere un effetto reale di consolidamento nel tempo tipico degli approcci psicodinamici, oppure essere un artefatto della bassa numerosità campionaria in ciascun braccio.
Il segnale che pesa di più
L'analisi secondaria contiene il dato clinicamente più rilevante: una diagnosi concomitante di ADHD o di disturbo dello spettro autistico ha predetto in modo significativo esiti peggiori in entrambi i trattamenti attivi (effect size 0,76), anche dopo aver corretto per la gravità iniziale. È un risultato che va preso sul serio da chiunque progetti percorsi digitali non supervisionati: l'assenza di un clinico che adatta il ritmo, il linguaggio e la struttura dell'intervento diventa un ostacolo concreto per un sottogruppo di pazienti ben identificabile, non un dettaglio marginale nelle note metodologiche.
L'alleanza terapeutica tiene, anche senza terapeuta
Il dato sull'alleanza merita attenzione a sé. Entrambe le condizioni hanno costruito un legame percepito solido e stabile nel tempo, in linea con quanto tipicamente riportato nella terapia con un professionista in carne e ossa. Conferma qualcosa che iniziamo a vedere ripetersi in più studi: l'alleanza terapeutica può formarsi anche con un'interfaccia conversazionale ben progettata, indipendentemente dall'orientamento teorico che la anima. Resta aperta la domanda su quanto questo legame regga fuori da un contesto sperimentale controllato, con pazienti più eterogenei e meno motivati a completare un protocollo di ricerca.
I limiti, dichiarati con onestà
Gli autori elencano diversi limiti: un abbandono del 30-35%, una durata breve di sole quattro settimane, una risposta al placebo insolitamente alta nel gruppo di controllo, e l'assenza di un piano statistico pre-registrato. Sono limiti che invitano a leggere i risultati come un primo segnale da approfondire, non come una validazione definitiva dell'efficacia della psicoterapia erogata integralmente da un'AI.
Cosa significa per chi costruisce strumenti clinici digitali
Lavorando ogni giorno alla progettazione di strumenti AI per psicologi, trovo in questo studio tre indicazioni operative concrete. Primo: i sistemi chiusi, vincolati a un protocollo terapeutico esplicito e verificabile, restano la scelta più prudente rispetto a un'AI generalista lasciata libera di conversare. Secondo: uno screening iniziale che intercetti profili neurodivergenti dovrebbe essere parte integrante di qualsiasi percorso digitale non supervisionato, non un'opzione accessoria. Terzo: la sostenibilità di un effetto terapeutico va misurata nel tempo, dopo la sospensione dell'intervento, perché è lì che si vede se il cambiamento si è davvero radicato o se dipendeva dal contatto quotidiano con l'app.
Il fatto che entrambi i modelli teorici abbiano costruito un'alleanza stabile è una notizia importante per chi crede nel potenziale degli strumenti digitali come estensione, non sostituzione, del lavoro clinico. Il fatto che un sottogruppo definito di pazienti risponda peggio è un promemoria altrettanto importante: la personalizzazione non è un lusso della progettazione, è una condizione di sicurezza clinica.
Alessandro Lombardo
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